FARINE A CONFRONTO

Ogni pane ha la sua farina: come scegliere quella giusta in base alla preparazione
Dalla 00 all'integrale, il grado di raffinazione non basta a definire le caratteristiche dell'impasto: contano anche proteine, assorbimento dell'acqua e tempi di fermentazione, oltre al grano utilizzato. Anche grani antichi, cereali alternativi e farine senza glutine richiedono tecniche diverse, perché cambiano struttura, lavorabilità e lievitazione
Quando parliamo di pane, spesso pensiamo al lievito, alla lievitazione, all’idratazione oppure alla cottura. Ma prima di tutto viene la farina. È da qui che parte l’impasto e, in un certo senso, è proprio qui che comincia il lavoro del panificatore. Scegliere una farina non significa semplicemente decidere tra una 00, una 0, una 1, una 2 o una integrale. Significa conoscere il grano da cui proviene, il grado di raffinazione, il contenuto proteico, la capacità di assorbire acqua e soprattutto capire come quella farina reagirà al tempo e alla lavorazione.
La classificazione delle farine: cosa indicano 00, 0, 1 e 2
In Italia la classificazione delle farine di grano tenero è regolata dal D.P.R. 187 del 2001 e distingue le farine in base, tra gli altri parametri, al contenuto di ceneri e di proteine. Si passa dalla tipo 00, più raffinata, alle tipo 0, 1 e 2, fino alla farina integrale. Ma attenzione: dire che una farina è più o meno raffinata non significa dire automaticamente che sia migliore o peggiore.
La tipo 00, per esempio, contiene una quantità inferiore di componenti minerali ed è caratterizzata da una maggiore raffinatezza. Le farine di tipo 1 e 2 conservano invece una parte maggiore delle componenti del chicco e presentano caratteristiche differenti anche dal punto di vista aromatico e della struttura dell’impasto. La farina integrale utilizza il chicco nella sua interezza, secondo la definizione prevista dalla normativa.
La farina giusta dipende dal pane da realizzare
Per un panificatore, però, la domanda più importante non è «Qual è la farina migliore?», ma «Qual è la farina giusta per quello che voglio fare?». Un pane con una lunga fermentazione richiederà caratteristiche diverse rispetto a un prodotto che deve essere pronto in poche ore. Una focaccia avrà esigenze differenti rispetto a un grande lievitato. E anche all’interno della stessa tipologia di farina possono esserci differenze importanti legate al grano utilizzato, alla macinazione e alle caratteristiche tecnologiche.
Per questo considero la farina una materia prima viva, da conoscere e interpretare, non un ingrediente intercambiabile. Negli ultimi anni è cresciuto anche l’interesse per farine meno raffinate e per grani che per molto tempo erano rimasti ai margini della panificazione. È una ricerca interessante, ma anche in questo caso bisogna evitare semplificazioni.
Grani antichi e cereali alternativi: le differenze da conoscere
I cosiddetti “grani antichi”, per esempio, non sono automaticamente sinonimo di qualità superiore. Molte varietà tradizionali presentano caratteristiche agronomiche e tecnologiche diverse da quelle dei grani moderni: alcune possono essere più alte e più sensibili agli agenti atmosferici e avere rese inferiori. Anche dal punto di vista della panificazione possono richiedere maggiore attenzione nella gestione dell’impasto.
Questo non li rende migliori o peggiori, ma li rende semplicemente diversi. Ed è proprio questa diversità che, secondo me, dovrebbe essere valorizzata. Anche il grano duro trova un suo spazio importante nella produzione del pane, soprattutto in alcune tradizioni del Sud Italia e non solo. Altre farine ottenute da cereali diversi dal frumento, invece, hanno caratteristiche ancora differenti. Farro, khorasan, segale e altri cereali possono essere utilizzati nella panificazione, ma devono essere conosciuti e gestiti in funzione della loro composizione e della capacità di formare una struttura adatta a sostenere la lievitazione.
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Farine senza glutine: perché cambiano impasto e tecnica
Il discorso cambia ancora quando arriviamo alle farine naturalmente prive di glutine, come quelle ottenute dal riso o dalla quinoa. In questo caso non possiamo semplicemente sostituire una farina di frumento con una farina senza glutine aspettandoci lo stesso risultato: manca la rete proteica che nel frumento si forma grazie all’interazione tra gliadine e glutenine e che permette all’impasto di trattenere i gas prodotti durante la fermentazione. È quindi necessario cambiare approccio, formulazione e tecnica. La panificazione, in fondo, è anche questo: imparare ad ascoltare la materia prima. Non esiste una farina che possa essere considerata universalmente migliore. Esiste una farina coerente con un determinato progetto di pane.
E il compito del panificatore è proprio quello di trovare questo equilibrio: scegliere la materia prima, conoscerla, capire quanta acqua può assorbire, come reagisce all’impasto, al riposo e alla fermentazione, e accompagnarla fino alla cottura. Quindi conoscere le farine significa, prima di tutto, conoscere il pane che vogliamo portare in tavola.


