SERVE + NON X

Chiude un ristorante a Londra: la lezione sui ricarichi del vino che i ristoratori italiani devono imparare
La chiusura di Les 110 de Taillevent interroga la ristorazione nella città che orienta il mercato del vino. Il calice resta una risposta ai nuovi consumi, ma quanto devono cambiare cantine, prezzi e ricarichi per renderlo davvero sostenibile? Il vino troppo caro mette i crisi i ristoranti
Non è ancora una tendenza confermata, ma a Londra si è spento un ristorante che aveva fatto della scelta del vino la propria identità: 110 etichette al calice comunicate (in realtà 90) e una carta con oltre 2mila referenze. Una chiusura non basta a certificare la crisi di un modello. Ma quando avviene in una delle capitali mondiali del commercio e della cultura del vino, la domanda riguarda anche chi lavora dall’altra parte della Manica: quanto costa oggi offrire una grande cantina, e quanto valore le riconosce ancora il cliente?
Les 110 de Taillevent, a Cavendish Square, nel quartiere di Marylebone, aveva aperto nel 2015. Secondo quanto riportato da Restaurant il 19 ottobre, il locale ha chiuso all’inizio del mese e la società operativa, Taillevent Operations Limited, è entrata in liquidazione volontaria. Il ristorante londinese era legato al Taillevent parigino e alla distinta brasserie Les 110 de Taillevent della capitale francese.
Perché una chiusura a Londra merita attenzione?
Londra è un osservatorio privilegiato per capire dove va il vino al ristorante. Il suo ruolo storico nel commercio internazionale e la concentrazione di ristoranti e grandi carte ne fanno un luogo nel quale cercare segnali utili anche per gli altri mercati europei. Ancora il 22 ottobre, Decanter ne raccontava la vitalità attraverso locali e percorsi dedicati agli appassionati. Proprio per questo Les 110 de Taillevent pone una questione interessante. La sua proposta sembrava rispondere a un’esigenza molto attuale: consentire di bere vini diversi senza acquistare ogni volta una bottiglia.
Ogni piatto era accompagnato da quattro suggerimenti al calice, distribuiti su fasce di prezzo differenti. Un modo per tenere insieme abbinamento, scoperta e libertà di spesa. I prezzi al bicchiere andavano da 9 a 69 sterline (da quasi 8 a 58 euro), con un costo medio attorno ai 25 euro, che corrisponde a u quinto del costo della bottiglia intera, proposta in menù a 3 volte il prezzo di vendita in un’enoteca… Non proprio promozionali, anche per una città cara come Londra. Il caso londinese si inserisce in un cambiamento più ampio: tra consumi in calo, nuove abitudini e cantine con scorte invendute, anche la ristorazione italiana è chiamata a ripensare il modo di proporre e vendere il vino.
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Se chiude un indirizzo costruito intorno a questa idea, bisogna chiedersi che cosa non abbia funzionato. Le informazioni disponibili, però, non consentono di attribuire la liquidazione alla cantina, ai prezzi o al servizio del vino. Mancano elementi per ricostruire il peso delle singole voci sul risultato aziendale. La domanda sul modello resta legittima; la diagnosi sui conti di quel ristorante richiederebbe altri documenti.
Il calice è in difficoltà o sta diventando più necessario?
Qui emerge il punto più interessante: la chiusura arriva mentre il calice viene indicato come una delle opportunità del settore. Nel suo rapporto sulle tendenze del vino per il 2026, il distributore britannico Matthew Clark descrive consumatori attenti alla moderazione e alla spesa. Il servizio al calice permette di contenere l’impegno economico e provare vini di fascia superiore. La stessa analisi invita a ridurre le duplicazioni nella carta e a giustificare meglio la presenza delle etichette nelle fasce intermedie. È la lettura di un operatore commerciale, ma offre una chiave concreta: la selezione deve aiutare a scegliere e sostenere le vendite.
Anche il Financial Times, sia pure in primavera, aveva elogiato la crescita dell’interesse per il vino al calice, citando a Londra Row on 5, con oltre cento proposte tra vini e champagne. I sistemi di conservazione rendono possibili mescite ambiziose senza imporre al tavolo l’acquisto della bottiglia. Non sembra dunque esaurita la domanda di scelta individuale e piccoli assaggi.
La questione, allora, potrebbe essere un’altra: quanta ampiezza serve per soddisfare quella domanda senza rendere troppo complessa la gestione? Oppure, in un mercato sempre più evoluto, quanto conta la provenienza dei vini? Nel caso del Les 110 de Taillevent parliamo di un ristorane francese che in carta al bicchiere aveva solo tre etichette italiane (un Barbaresco, un Amarone e un Pinot grigio, non dei più noti) e ben 68 francesi su 90…
Una grande carta è ancora un vantaggio se il vino non gira?
Una cantina importante richiede capitale, spazio, competenze e tempo di servizio. La conservazione può limitare il deterioramento del vino, ma non elimina il denaro impegnato nelle scorte. E una bottiglia ben conservata deve comunque trovare qualcuno disposto a ordinarla. È un problema di gestione che riguarda ogni ristoratore: quanto ruota ciascuna etichetta, quanto contribuisce al margine e quanto lavoro richiede per essere venduta? Il numero delle referenze, da solo, non risponde a nessuna di queste domande.
Una selezione ampia può essere un vantaggio competitivo quando intercetta una clientela precisa e genera ritorni. Può diventare un peso quando cresce più velocemente della capacità di venderla. Per capire dove si trovi il confine servono dati sulle vendite, non giudizi sul prestigio delle bottiglie. Anche il servizio entra nell’equazione. Una carta molto ricca ha bisogno di qualcuno che la renda comprensibile. Altrimenti la libertà di scelta rischia di trasformarsi in esitazione, soprattutto per chi vuole semplicemente bere bene e sapere prima quanto spenderà.
E se il problema fosse anche il prezzo chiesto al cliente?
È qui che torna la critica che Italia a Tavola porta avanti da tempo: il vino al ristorante rischia di costare troppo anche per effetto di ricarichi applicati con automatismi ormai da ripensare: 3 o 4 volte il prezzo di acquisto. Se ogni aumento del costo d’acquisto viene moltiplicato nel prezzo finale, la distanza tra bottiglia e cliente può diventare una barriera. E una cantina prestigiosa serve a poco se chi si siede al tavolo rinuncia a ordinare.
Per questo Italia a Tavola propone di sostituire il «x» con il «+»: partire dal costo della bottiglia e aggiungere un importo equo che remuneri servizio, gestione della cantina e utile del ristoratore, anziché applicare un moltiplicatore rigido. Una proposta già espressa in vari articoli e posta al centro del confronto sui nuovi modelli di vendita del vino promosso a Milano, il 15 maggio.
Il «+» deve essere costruito sui costi reali del locale, considerando anche conservazione e capitale immobilizzato nelle bottiglie più importanti. Il problema riguarda anche gli strumenti con cui distribuire i costi e ridurre il rischio delle bottiglie ferme in cantina. L’obiettivo è rendere l’offerta più accessibile e favorire la rotazione: rinunciare a una parte del guadagno sulla singola bottiglia può avere senso se permette di venderne di più e conquistare la fiducia del cliente. È un risultato da verificare nei conti, non una promessa automatica. E per favorire il consumo al bicchiere va poi ripartito quel prezzo su 5 o 6 bicchieri. E così il vino riprende ad essere consumato.. Non si tratta soltanto di una proposta teorica: anche alcuni ristoratori stanno sperimentando formule di ricarico più trasparenti, legate alla sostenibilità economica del locale e alla volontà di rendere il vino più accessibile.
Il punto è chiedersi se il prezzo finale aiuti la vendita oppure la ostacoli. Una percentuale elevata sulla carta non garantisce un buon risultato economico se la bottiglia resta in cantina. Il margine potenziale deve diventare un incasso, altrimenti rimane un numero. Lo stesso ragionamento riguarda il calice. Se la mescita nasce per avvicinare il pubblico al vino, il suo prezzo deve rendere concreta quella possibilità. Diversamente, si riduce la quantità acquistabile senza risolvere il problema dell’accessibilità.
Non sappiamo se i prezzi abbiano contribuito alla chiusura di Les 110 de Taillevent. Ma il caso londinese rende ancora più urgente una domanda che riguarda tutta la ristorazione europea: per proteggere il guadagno su ogni bottiglia, quante bottiglie rischiamo di lasciare invendute?
Che cosa dovrebbe chiedersi la ristorazione italiana?
Per l’Italia, la chiusura londinese è un’occasione per interrogare un’abitudine: considerare la grandezza della cantina una garanzia quasi automatica di qualità del ristorante. Una carta più estesa migliora davvero l’esperienza del cliente? Il prezzo del calice incoraggia una seconda ordinazione? Le proposte accessibili ricevono la stessa attenzione delle bottiglie importanti? Sono domande che riguardano il fatturato, oltre alla cultura del vino.
Il calice può aprire una porta a chi desidera spendere meno, bere meno o sperimentare. Perché funzioni deve offrire un vantaggio riconoscibile, accompagnato da un servizio capace di proporre senza mettere in soggezione. La competenza della sala si misura anche nella capacità di trovare una buona risposta al budget del cliente.
Les 110 de Taillevent non dimostra che il modello dei cento vini al calice sia arrivato al capolinea. La sua chiusura impone però di chiedersi quanto debba cambiare il rapporto tra assortimento, prezzo e servizio. Il passaggio dal «×» al «+» è una proposta concreta con cui affrontare questa verifica.
Da Londra arriva una domanda che vale anche per i ristoranti italiani: stiamo costruendo cantine per ciò che i clienti desiderano bere, o continuiamo a chiedere ai clienti di finanziare le cantine che desideriamo avere? Forse la domanda dovrebbero porsela questi ristoratori che invece di chiedersi come mai hanno tavoli sempre più vuoti, propongono vino aumentati del 400% rispetto al prezzo di costo…


