Le ondate di calore che stanno interessando il Nord Italia hanno un effetto diretto anche anche sulla filiera del Parmigiano Reggiano. Durante l'estate la produzione di latte negli allevamenti registra mediamente una riduzione di circa il 10%, con differenze significative tra le aziende legate soprattutto alle possibilità di raffrescamento degli animali, e con cali che possono arrivare fino al 20% in alcuni territori. Il dato è stato riferito da Giovanni Buonaiuto, veterinario del Consorzio del Parmigiano Reggiano, a Politico.eu, che conferma il trend già segnalato da Confcooperative. Quando le temperature si avvicinano ai 40 °C, ventilatori e sistemi di nebulizzazione dell'acqua diventano strumenti indispensabili per contenere lo stress termico delle bovine. Le vacche da latte possono infatti risentire del caldo già attorno ai 25 °C, in funzione anche del livello di umidità: diminuiscono l'assunzione di alimento, la ruminazione e il riposo e, di conseguenza, anche la quantità di latte prodotta. Il fenomeno non riguarda soltanto la produttività. L'esposizione prolungata alle alte temperature può avere ripercussioni anche sulla fertilità degli animali, aggiungendo un ulteriore elemento di difficoltà per gli allevamenti.

Parmigiano Reggiano, il caldo taglia del 10% la produzione di latte
Fino a 6 chili di latte in meno per vacca: così il caldo colpisce il Parmigiano Reggiano

In pianura il calo può arrivare al 20%

La media del 10% nasconde situazioni più critiche. Federica Dall'Aglio, allevatrice di circa 400 capi nella pianura parmense, ha riferito di una diminuzione di cinque-sei chili di latte al giorno per vacca, pari a circa il 20%, nonostante l'impiego di ventilatori e sistemi di irrigazione. La differenza tra un allevamento e l'altro dipende anche dalla capacità delle strutture di mantenere condizioni ambientali meno gravose per gli animali. Secondo Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, circa la metà degli allevamenti della filiera, che rappresenta il 70% del latte prodotto, dispone già di sistemi avanzati per affrontare il caldo. Si tratta di ventilatori, nebulizzatori automatici e strumenti per il controllo della temperatura. Il restante 30% della produzione proviene in larga parte da allevamenti collocati nelle aree collinari e montane, dove le temperature risultano generalmente più contenute. La collocazione geografica contribuisce quindi a differenziare l'impatto delle ondate di calore sulla produzione.

Raffrescare le stalle pesa sui costi

Contrastare lo stress termico richiede però un maggiore impiego di energia. Nei periodi più caldi ventilatori, pompe e sistemi di nebulizzazione devono funzionare per molte ore, con conseguenze sui consumi delle aziende. Luca Cotti, presidente di Coldiretti Emilia-Romagna e allevatore, ha spiegato che durante le fasi di caldo estremo il consumo di energia elettrica nelle stalle può raddoppiare o triplicare. Un aumento che si somma ai costi necessari per la gestione dell'acqua e per garantire agli animali condizioni adeguate. Il problema, quindi, non si limita alla quantità di latte disponibile. Il caldo modifica l'equilibrio economico dell'allevamento, perché per contenere la perdita produttiva diventa necessario aumentare gli interventi di raffrescamento proprio mentre cresce il fabbisogno energetico.

La siccità complica la produzione del foraggio

Alle temperature elevate si aggiunge un secondo fattore: la disponibilità di acqua. La siccità rende più difficile produrre l'erba e il fieno necessari all'alimentazione delle bovine e aumenta il ricorso all'irrigazione dei terreni. Quando le risorse dei corsi d'acqua non sono sufficienti, gli allevatori possono essere costretti a ricorrere al pompaggio dalle falde. Anche in questo caso aumentano i consumi energetici e i costi di gestione. Per la filiera del Parmigiano Reggiano la questione assume un peso particolare per le caratteristiche del disciplinare. La produzione deve rimanere all'interno della zona geografica stabilita dalla Dop e almeno il 75% del foraggio deve provenire localmente. La possibilità di compensare una minore disponibilità di produzione agricola ricorrendo a risorse provenienti da territori esterni è quindi limitata.

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Una filiera legata al territorio anche nella gestione del clima

Il caldo estremo mette così in evidenza un aspetto meno visibile della produzione del Parmigiano Reggiano: il rapporto tra condizioni climatiche, allevamento e disponibilità di materia prima. La riduzione del latte non determina automaticamente una minore disponibilità di Parmigiano Reggiano sul mercato, considerando i tempi della trasformazione e della lunga stagionatura. Ma una pressione prolungata sugli allevamenti può incidere sulla programmazione della filiera e sui costi sostenuti dalle aziende.

Già nelle settimane precedenti il Consorzio aveva segnalato l'impatto delle temperature superiori ai 40 °C sulla produzione e l'aumento delle spese legate al raffrescamento degli animali e alla gestione delle strutture. Il dato attuale fotografa quindi soprattutto la difficoltà di produrre latte in condizioni climatiche sempre più impegnative, in una filiera nella quale territorio, alimentazione degli animali e trasformazione sono strettamente collegati.