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Gestire un rifugio alpino: 90 giorni per far quadrare i conti dell'anno
Camere private, mezza pensione, prenotazioni online e servizi sempre più completi si confrontano con approvvigionamenti complessi, costi elevati e una stagione spesso concentrata in appena tre mesi. Manuel Windegger, consulente specializzato nelle performance di hotel e ristoranti, spiega come i gestori dei rifugi debbano ottimizzare ogni scelta per far quadrare i conti in un periodo di attività breve
Indice
- 1Da punto di appoggio a destinazione di vacanza
- 2La struttura ricettiva più difficile da gestire
- 3Una stagione brevissima per sostenere un anno intero
- 4Ridurre gli sprechi è una necessità prima ancora che una scelta
- 5Ospitalità sempre più completa, senza perdere l'identità del rifugio
- 6Tecnologia e prenotazioni aiutano una gestione più efficiente
- 7Il personale deve avere competenze e passione
- 8Sostenibilità e cambiamento climatico ridisegnano la gestione
- 9Una scelta di vita prima ancora che un'attività imprenditoriale
Per decenni il rifugio alpino è stato considerato soprattutto un punto di appoggio lungo un'escursione: un luogo dove fermarsi a mangiare, ripararsi dal maltempo o trascorrere la notte prima di riprendere il cammino. Oggi questo modello sta rapidamente cambiando. Sempre più persone scelgono infatti il rifugio come destinazione finale della propria vacanza, attratte dall'autenticità dell'esperienza, dalla qualità della cucina, dai panorami e dalla possibilità di vivere la montagna in modo diverso rispetto all'hotel tradizionale.
Questa evoluzione, tuttavia, porta con sé nuove aspettative da parte degli ospiti e una gestione sempre più complessa, spesso concentrata in appena poche settimane. A spiegare quali siano le principali sfide per chi gestisce un rifugio è Manuel Windegger, consulente specializzato nell'ottimizzazione delle performance di hotel e ristoranti, che evidenzia come in alta quota ogni scelta - dagli approvvigionamenti al personale, fino alla gestione dei costi e degli sprechi - possa incidere sull'equilibrio economico di un'intera stagione.
Da punto di appoggio a destinazione di vacanza
Secondo Windegger, il cambiamento è evidente. «Se una volta si andava in rifugio per mangiare, ripararsi dal maltempo o dormire in una camerata, oggi sempre più persone scelgono il rifugio come destinazione finale». Il turismo di montagna è infatti cambiato profondamente. Molti ospiti non sono più soltanto escursionisti esperti, ma famiglie, coppie e viaggiatori che desiderano staccare dalla quotidianità, trascorrere qualche giorno immersi nella natura e vivere un'esperienza autentica. «Si va in rifugio per mangiare bene, godersi una vista unica e vivere qualcosa che altrove non si trova».
Negli ultimi anni diversi gestori hanno ampliato la propria offerta, introducendo camere private, servizi aggiuntivi e persino navette in fuoristrada per raggiungere le strutture meno accessibili. Windegger racconta anche casi particolari, come rifugi che hanno ospitato matrimoni, trasportando invitati e materiali lungo le piste di montagna grazie a mezzi fuoristrada. L'obiettivo non è trasformare il rifugio in un hotel tradizionale, ma offrire un livello di ospitalità sempre più elevato, mantenendo intatta l'identità della montagna.
La struttura ricettiva più difficile da gestire
Dietro il fascino di un rifugio si nasconde però una macchina organizzativa estremamente complessa. «I rifugi sono probabilmente le strutture ricettive più difficili da gestire, non tanto per le dimensioni quanto per la logistica». A differenza di un albergo tradizionale, ogni approvvigionamento deve essere pianificato con settimane di anticipo. Bevande, alimenti, bombole del gas, materiale per le pulizie e attrezzature devono raggiungere quote spesso superiori ai duemila metri, dove non esistono strade percorribili dai normali mezzi di trasporto.
Quando è possibile si utilizzano fuoristrada o teleferiche, ma nei rifugi più isolati resta indispensabile l'impiego dell'elicottero, una soluzione efficace ma molto costosa, che impone una programmazione rigorosa delle forniture. In altri casi il trasporto avviene ancora lungo sentieri e mulattiere, rievocando una tradizione che per decenni ha visto protagonisti anche i muli per il trasporto delle merci. Tutto questo comporta costi che spesso il cliente finale non percepisce, ma che incidono profondamente sull'equilibrio economico della gestione.
Una stagione brevissima per sostenere un anno intero
Se la logistica rappresenta il primo ostacolo, la durata della stagione è il secondo grande elemento che distingue un rifugio da qualsiasi altra struttura ricettiva. «Molti rifugi hanno poco più di novanta giorni per produrre i ricavi di un intero anno - spiega Windegger. A differenza degli hotel di montagna, che possono contare sia sulla stagione estiva sia su quella invernale, molti rifugi restano aperti soltanto durante i mesi più favorevoli».
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«Neve, ghiaccio, maltempo e difficoltà di accesso limitano fortemente il periodo di attività. Questo significa che ogni giornata persa a causa delle condizioni meteorologiche può incidere pesantemente sul bilancio finale. Pioggia persistente, nebbia o nevicate improvvise riducono infatti gli arrivi e possono costringere il gestore a modificare rapidamente l'organizzazione della struttura. Per questo motivo la pianificazione economica assume un'importanza ancora maggiore rispetto a quella di un hotel tradizionale, dove la stagionalità è generalmente più lunga e distribuita nell'arco dell'anno».
Ridurre gli sprechi è una necessità prima ancora che una scelta
In un rifugio alpino ogni approvvigionamento richiede tempo, organizzazione e costi elevati. Per questo motivo la gestione del magazzino assume un'importanza ancora maggiore rispetto a quella di un ristorante tradizionale. «Chi gestisce un rifugio in modo profittevole deve costruire il menu in base alla stagionalità, a ciò che ha realmente a disposizione e a quello che è più conveniente trasportare». Secondo Windegger, lo spreco alimentare rappresenta uno dei nemici principali. Ogni ingrediente buttato via non comporta soltanto il costo della materia prima, ma anche quello del trasporto fino in quota e dello spazio necessario per conservarlo.
«Buttare un ingrediente a duemila o tremila metri significa aver pagato il prodotto, il trasporto e lo stoccaggio - precisa l'esperto. Per questo motivo molti rifugi preferiscono menu più essenziali, strettamente legati ai prodotti disponibili e capaci di adattarsi rapidamente alle variazioni della domanda. Anche la comunicazione con gli ospiti diventa fondamentale. Può capitare che alcuni piatti terminino prima del previsto oppure che i tempi di attesa siano più lunghi rispetto a quelli di un ristorante cittadino. Spiegare le ragioni di queste situazioni significa aiutare il cliente a comprendere le particolarità della gestione in alta quota e a vivere il soggiorno con aspettative più realistiche».
Ospitalità sempre più completa, senza perdere l'identità del rifugio
L'evoluzione del turismo ha modificato anche il modo di soggiornare nei rifugi. Se le camerate restano una soluzione molto richiesta dagli escursionisti, negli ultimi anni sono aumentate anche le camere private, dedicate a coppie e famiglie che cercano maggiore comfort. La formula più diffusa rimane la mezza pensione, che comprende pernottamento, cena e colazione, ma cresce anche l'offerta della pensione completa con pranzo al sacco per chi prosegue l'escursione il giorno successivo.
Tecnologia e prenotazioni aiutano una gestione più efficiente
«Il pranzo al sacco è un servizio molto richiesto da chi affronta una nuova tappa o rientra a valle - dichiara l'esperto. Naturalmente tutto questo rende ancora più complessa la definizione delle tariffe. Fare i prezzi corretti è molto più difficile rispetto a una struttura tradizionale, perché ai costi classici si aggiungono quelli del trasporto e della gestione del personale. Il risultato è un'offerta capace di soddisfare esigenze e budget differenti, senza rinunciare allo spirito autentico del rifugio». Anche il mondo dei rifugi sta beneficiando dell'innovazione digitale.
Sistemi di prenotazione online sempre più diffusi consentono ai gestori di conoscere in anticipo il numero degli ospiti e programmare meglio acquisti, personale e preparazione dei pasti. «La tecnologia permette di essere molto più organizzati dal punto di vista delle prenotazioni - precisa il consulente. Senza informazioni affidabili diventa infatti difficile stimare quante persone dormiranno in rifugio o consumeranno pranzo e cena. Il rischio è quello di preparare troppo cibo, con inevitabili sprechi, oppure di non riuscire a soddisfare tutta la domanda». Secondo Windegger, nei prossimi anni la connessione digitale diventerà uno strumento sempre più importante anche per le strutture di alta quota, pur mantenendo quell'atmosfera di autenticità e disconnessione dalla routine quotidiana che molti ospiti ricercano.
Il personale deve avere competenze e passione
Tra le principali difficoltà emerge anche quella di reperire personale disposto a vivere per mesi in alta quota. «Non è il classico lavoro dove si finisce il turno e si torna a casa. Chi lavora in rifugio spesso vive lì per tutta la stagione - dice Windegger. Questo comporta la necessità di mettere a disposizione alloggi adeguati anche per i collaboratori, garantendo condizioni di vita dignitose durante i tre o quattro mesi di apertura». Le competenze richieste sono inoltre molto più ampie rispetto a quelle normalmente presenti in un albergo. «Il gestore deve saper fare un po' di tutto». Accoglienza, cucina, manutenzione ordinaria, gestione delle emergenze, conoscenza del territorio e dei protocolli di sicurezza alpina sono solo alcune delle attività quotidiane. Non è raro che le concessioni vengano affidate a coppie o a piccoli gruppi di persone proprio per riuscire a coprire tutte le esigenze operative.
Sostenibilità e cambiamento climatico ridisegnano la gestione
La sostenibilità non rappresenta soltanto un valore aggiunto, ma una condizione indispensabile per garantire il funzionamento di un rifugio. L'acqua è una delle risorse più preziose. In alcune stagioni particolarmente siccitose può essere razionata e utilizzata esclusivamente per bere, cucinare e soddisfare le esigenze essenziali degli ospiti. «Ci sono periodi in cui non è possibile fare la doccia, perché l'acqua deve essere destinata ai servizi indispensabili».
Anche la produzione di energia sta cambiando. Se un tempo molti rifugi dipendevano quasi esclusivamente da generatori alimentati a gasolio, oggi l'installazione di pannelli fotovoltaici consente di ridurre costi, emissioni e necessità di trasporto dei carburanti. Grande attenzione viene dedicata anche alla gestione dei rifiuti e alla riduzione degli imballaggi, privilegiando confezioni di grandi dimensioni e materiali più sostenibili. Secondo Windegger, il cambiamento climatico renderà questi aspetti sempre più centrali nella gestione delle strutture d'alta quota.
Una scelta di vita prima ancora che un'attività imprenditoriale
Dietro ogni rifugio c'è quasi sempre una forte componente personale. «Chi sceglie di gestire un rifugio difficilmente lo fa per diventare ricco. È soprattutto una scelta di vita - ammette Windegger. La passione per la montagna rappresenta infatti il principale motore di un'attività che richiede sacrifici, disponibilità continua e una grande capacità di adattamento. L'Italia, insieme ad Austria, Svizzera, Francia, Slovenia e Germania, rappresenta uno dei principali mercati europei per questo particolare modello di ospitalità, caratterizzato da problematiche gestionali molto simili e da un turismo in costante evoluzione».
Sempre più persone, anche senza essere escursionisti esperti, raggiungono oggi i rifugi semplicemente per vivere un'esperienza diversa: pranzare con vista sulle vette, trascorrere una notte immersi nella natura o concedersi una pausa lontano dalla frenesia quotidiana. È il segnale di un cambiamento profondo. I rifugi continuano a custodire la loro identità, ma stanno diventando sempre più una forma di ospitalità esperienziale, capace di coniugare autenticità, sostenibilità e qualità dell'accoglienza. Una trasformazione che richiede competenze gestionali sempre più evolute, senza perdere lo spirito che da sempre caratterizza la montagna.


