Mangiare concentrato di pomodoro ogni giorno per tre mesi potrebbe migliorare alcune funzioni cognitive, in particolare l’attenzione e la velocità di elaborazione delle informazioni. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Università di Barcellona e pubblicato a maggio sulla rivista scientifica Antioxidants, che ha coinvolto 47 adulti sani tra i 40 e i 55 anni, dei quali 42 hanno completato la sperimentazione. La ricerca, condotta su un campione ristretto di persone sane, avrebbe rilevato miglioramenti in alcune prove, senza tuttavia registrare una differenza statisticamente significativa nel punteggio complessivo di memoria associativa rispetto alla condizione di controllo. Una distinzione importante, che rischia di perdersi quando i risultati scientifici vengono trasformati in notizie destinate al grande pubblico, ma che non sempre viene presentata con la dovuta attenzione, anche da testate autorevoli.

Concentrato di pomodoro e attenzione: perché le notizie sullo studio spagnolo sono fuorvianti
Uno studio sul concentrato di pomodoro suggerisce benefici cognitivi, ma presenta limiti importanti

Spesso in Italia ci si lascia andare a presentazioni in cerca di click. Fra i giornali italiani che hanno ripreso lo studio c'è chi ha, ad esempio, titolato «Mangiare molto pomodoro fa diventare più intelligenti?», usando il «?» per porre almeno un dubbio. E c'è chi ha invece scelto «Hanno mangiato concentrato di pomodoro ogni giorno per 3 mesi: nei test è migliorata l’attenzione», dando per certo il risultato. Due formulazioni diverse, che mostrano come una stessa ricerca possa essere raccontata attraverso approcci differenti. Al di là dei singoli esempi, il tema riguarda più in generale il rapporto tra informazione gastronomica e divulgazione scientifica: in alcuni casi, la ricerca di un titolo capace di attirare l’attenzione può portare a enfatizzare determinati risultati, anche quando gli studi richiederebbero forse maggiore cautela nell’interpretazione.

Quanto sono attendibili gli studi condotti su piccoli campioni?

Per comprendere quanto siano solide queste notizie occorre anzitutto esaminare il metodo delle ricerche da cui derivano. La dimensione del campione costituisce uno dei limiti da considerare, soprattutto quando si tenta di estendere i risultati alla popolazione generale. Nel caso del concentrato di pomodoro, i ricercatori avevano calcolato preventivamente la numerosità necessaria e adottato un disegno sperimentale che permette di confrontare le risposte degli stessi partecipanti. La dottoressa Annamaria Acquaviva, interpellata da Italia a Tavola, ha sottolineato che un campione ristretto non rende automaticamente inattendibile uno studio, poiché contano anche la qualità delle misurazioni e delle analisi. Restano tuttavia necessarie conferme indipendenti, attraverso sperimentazioni più ampie e condotte su popolazioni differenti, per stabilire quanto gli effetti osservati siano consistenti e duraturi.

Concentrato di pomodoro e attenzione: perché le notizie sullo studio spagnolo sono fuorvianti
La dottoressa Annamaria Acquaviva

Un altro aspetto riguarda le condizioni del confronto. I partecipanti hanno assunto il concentrato di pomodoro nell’ambito della propria alimentazione abituale, mentre la condizione di controllo prevedeva una dieta povera di licopene. Di conseguenza, non è possibile stabilire se l’aggiunta dello stesso alimento a una dieta già equilibrata produca benefici analoghi. Inoltre, i soggetti conoscevano il regime alimentare assegnato, un elemento che potrebbe aver influenzato le aspettative e l’impegno durante le prove. La selezione di soli adulti sani tra i 40 e i 55 anni limita ulteriormente la possibilità di estendere le conclusioni ad altre fasce d’età o a persone con disturbi cognitivi.

Su questi aspetti è intervenuto anche Giorgio Calabrese, che ha richiamato l’importanza di definire preventivamente la dimensione del campione e di considerare il cosiddetto drop out, vale a dire l’abbandono della sperimentazione da parte di alcuni partecipanti. «Fare numeri brevi e piccoli non significa avere una sicurezza», ha osservato, invitando a distinguere le possibilità suggerite dai dati dalle conclusioni che possono essere considerate consolidate. Più severa, invece, la valutazione del biologo nutrizionista Domenicantonio Galatà, che ha espresso forti riserve sulla possibilità di ricavare indicazioni generalizzabili da campioni ridotti. L’esperto ha ricordato di aver incontrato, anche durante convegni scientifici, ricerche condotte su circa 200 persone che, a suo giudizio, non offrivano basi sufficientemente solide per affermazioni di ampia portata. Occorre comunque distinguere la rappresentatività dalla significatività statistica: uno studio su poche persone può rilevare un effetto significativo, senza che questo garantisca la sua applicabilità alla popolazione generale.

Attenzione, memoria e intelligenza: che cosa dimostra davvero la ricerca?

Al di là dei limiti metodologici, resta da chiarire che cosa abbia effettivamente dimostrato la ricerca. Un miglioramento dell’attenzione non coincide con un aumento dell’intelligenza, così come una prestazione migliore in una specifica prova non permette di affermare che la memoria sia complessivamente migliorata. «Non esiste un alimento che possa farti aumentare la memoria o te la possa far perdere», ha osservato Calabrese, secondo cui il concentrato di pomodoro potrebbe favorire una maggiore prontezza nell’elaborazione delle informazioni. La memoria, ha spiegato, è una funzione più complessa, sulla quale incidono anche fattori genetici e comportamentali.

Concentrato di pomodoro e attenzione: perché le notizie sullo studio spagnolo sono fuorvianti
Il dottor Giorgio Calabrese

Acquaviva ha inoltre richiamato i limiti delle osservazioni sulle connessioni cerebrali, effettuate su appena 14 partecipanti. Si tratta di risultati esplorativi, utili a formulare ulteriori ipotesi, ma insufficienti per dimostrare una maggiore efficienza del cervello. Peraltro, lo studio ha esaminato il concentrato di pomodoro nel suo insieme, senza isolare l’azione del licopene. Non sarebbe quindi corretto trasferire automaticamente le conclusioni a integratori contenenti questa sostanza.

Il problema assume maggiore rilievo quando le proprietà attribuite agli alimenti vengono associate alla prevenzione delle malattie o al trattamento di condizioni cliniche. La sperimentazione non ha valutato l’efficacia del concentrato di pomodoro nei pazienti con disturbi cognitivi, né la sua capacità di prevenire patologie neurodegenerative. «Il rischio nasce quando un miglioramento in alcuni test diventa una promessa generale: “rende più intelligenti”, “previene una malattia” o “può sostituire una terapia”», ha avvertito Acquaviva, ricordando che l’alimentazione può contribuire alla salute senza sostituire una valutazione medica o un trattamento prescritto.

Lo studio non dimostra che il concentrato di pomodoro possa prevenire malattie o sostituire terapie
Il biologo nutrizionista Domenicantonio Galatà

A questo proposito, Galatà ha richiamato la normativa europea sulle indicazioni nutrizionali e sulla salute, che disciplina le affermazioni utilizzate nella comunicazione commerciale degli alimenti. Si tratta di regole distinte dalla responsabilità editoriale dei giornali, ai quali spetta comunque il compito di raccontare correttamente le evidenze scientifiche. La presenza di una sostanza in un prodotto, infatti, non autorizza automaticamente ad attribuirgli tutti gli effetti associati a quel componente: occorre considerare le quantità assunte e le condizioni nelle quali il beneficio è stato dimostrato. L’esperto ha citato il caso dei prodotti destinati al controllo del colesterolo e quello della vitamina C, spesso associata nella comunicazione alla prevenzione dell’influenza, un collegamento che non può essere presentato come una certezza sulla base della semplice presenza della vitamina in un alimento.

Queste distinzioni riguardano anche la credibilità della dieta mediterranea, il cui valore deriva dall’insieme delle abitudini alimentari e non dalle proprietà eccezionali attribuite a singoli ingredienti. Ricondurre la salute a una successione di alimenti capaci, di volta in volta, di migliorare la memoria o prevenire una malattia rischia di allontanare l’attenzione dalle evidenze che riguardano il modello alimentare complessivo. Anche per la salute cognitiva, infatti, contano la continuità delle abitudini quotidiane e altri fattori legati allo stile di vita.

Quando i titoli giornalistici vanno oltre le evidenze scientifiche

È proprio nella distanza fra complessità scientifica e immediatezza del messaggio che emerge la responsabilità dei giornali gastronomici. La necessità di conquistare l’attenzione del pubblico può favorire titoli costruiti attorno all’effetto più sorprendente di una ricerca, anche quando le conclusioni richiederebbero maggiore cautela. La scelta delle parole, come ha evidenziato Acquaviva, incide direttamente sulla percezione del lettore: «Anche quando il testo introduce precisazioni, il lettore può trattenere soprattutto quella prima associazione. Per questo ritengo che il titolo debba avere lo stesso rigore delle spiegazioni che seguono». Una considerazione particolarmente importante quando i titoli circolano separatamente dagli articoli attraverso motori di ricerca e piattaforme digitali, senza che le necessarie precisazioni raggiungano chi si limita a leggerli.

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Il rapporto con l’industria alimentare e il ruolo dei finanziamenti

A questa dinamica si aggiunge il rapporto con l’industria alimentare, che può avere interesse a valorizzare risultati favorevoli ai propri prodotti. Calabrese ha riconosciuto questa tendenza: «Ognuno porta acqua al suo mulino, le aziende giustamente forzano un po’ l’interpretazione». La collaborazione tra ricerca e imprese, tuttavia, non costituisce di per sé un elemento di inattendibilità, così come un titolo enfatico non dimostra automaticamente l’esistenza di pressioni economiche. Per valutare eventuali condizionamenti occorre esaminare i finanziamenti, i rapporti professionali degli autori e il ruolo degli sponsor. Nel caso dello studio sul concentrato di pomodoro, i ricercatori hanno dichiarato i finanziamenti ricevuti e i potenziali conflitti d’interesse, precisando che i finanziatori non hanno partecipato alla progettazione della ricerca, all’analisi dei dati o alla decisione di pubblicare i risultati.

Concentrato di pomodoro e attenzione: perché le notizie sullo studio spagnolo sono fuorvianti
Nello studio sul concentrato di pomodoro, gli autori dichiarano i finanziamenti ricevuti ed escludono condizionamenti sulla ricerca

La questione torna quindi alla responsabilità editoriale. Una ricerca preliminare può meritare spazio sui giornali, purché il lettore sia messo nelle condizioni di comprenderne la reale portata. Presentare come acquisito ciò che resta da verificare rischia invece di compromettere la fiducia nell’informazione alimentare, soprattutto quando le promesse si susseguono senza che vengano spiegati i limiti delle evidenze. Come ha sintetizzato Acquaviva, «La responsabilità della comunicazione è mantenere proporzionato il messaggio alla solidità delle evidenze». Un principio che dovrebbe valere tanto per le conclusioni riportate negli articoli quanto per i titoli scelti per raccontarle.