GIOVANI E ALIMENTI

Meno sprechi, più salute e cultura del cibo: serve insegnare educazione alimentare a scuola
I giovani gettano oltre il doppio del cibo rispetto agli anziani e quasi un bambino su tre è in eccesso di peso: Italia a Tavola chiede ai due ministeri competenti una materia autonoma fin dalla primaria. A rafforzare questa necessità sono le parole di Andrea Segrè, direttore scientifico di Waste Watcher e professore universitario, che ha evidenziato quanto manchi ancora un percorso istituzionalizzato
Indice
- 1I giovani sprecano più del doppio del cibo rispetto ai Boomer
- 2Sovrappeso e obesità: quasi un bambino su tre è in eccesso di peso
- 3Intelligenza artificiale e social influenzano le scelte alimentari dei giovani
- 4Educazione alimentare a scuola: tre proposte di legge senza risultati
- 5La richiesta di Italia a Tavola ai due ministeri
L'educazione alimentare deve diventare una materia scolastica, con un insegnamento stabile e riconoscibile, a partire dalla scuola primaria. È una richiesta che Italia a Tavola rivolge al ministero dell'Istruzione e del merito e al ministero dell'Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, chiamati a costruire un percorso comune capace di accompagnare le nuove generazioni nella conoscenza del cibo. Le iniziative promosse negli istituti, spesso attraverso progetti specifici, hanno certamente un valore, ma non garantiscono a tutti gli studenti la stessa preparazione. E i numeri sullo spreco alimentare, così come quelli relativi al sovrappeso e all'obesità infantile, offrono oggi ragioni concrete per affrontare una questione che riguarda sia la salute che i consumi che la capacità di compiere scelte consapevoli.
Del resto, imparare a mangiare correttamente e comprendere il valore degli alimenti richiede conoscenze che non possono essere date per acquisite. Infatti, occorre sapere come si compone una dieta equilibrata, quali quantità acquistare, come conservare i prodotti e interpretare le informazioni riportate sulle confezioni. Sono competenze che entrano ogni giorno nella vita delle famiglie, ma che vengono trasmesse in modo diseguale. E proprio sulla necessità di cominciare dalla scuola è intervenuto a suo tempo Andrea Segrè, direttore scientifico dell'Osservatorio Waste Watcher International e professore universitario, nell'intervista concessa nei giorni scorsi a Italia a Tavola in occasione della Giornata internazionale di consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari. Le sue parole, sostenute dalle rilevazioni dell'Osservatorio, pongono una domanda alla politica: quanto ancora si può rimandare l'introduzione di una vera educazione alimentare nel percorso scolastico?

Direttore di Italia a Tavola“Portare l'educazione alimentare a scuola, attraverso un insegnamento stabile e articolato su più fasce d'età, è un obiettivo che riguarda la sostenibilità e la lotta allo spreco, ma anche la salute e il benessere psicofisico delle nuove generazioni e il futuro del nostro sistema agroalimentare. Solo se consapevoli di come scegliere la qualità e la sicurezza a tavola, e capaci di riconoscere ciò che è buono, i nuovi consumatori potranno garantire un futuro a quell'idea di Bel Paese oggi invidiata nel mondo. Se ci arrenderemo a un futuro dominato da sushi, kebab e pollo fritto, rischieremo di perdere una parte importante della nostra cultura gastronomica e del nostro gusto, fino a dimenticare le ragioni per cui l'Unesco ha premiato la cucina italiana. In questa prospettiva, non dimentichiamo che per molti giovani italiani la mensa scolastica è il luogo in cui consumano l'unico pasto completo della giornata. E meno male che c'è. Ma certo non può bastare per garantire un'educazione alimentare completa. Può essere, se accompagnata da lezioni di educazione alimentare, l'occasione per sperimentare…”
I giovani sprecano più del doppio del cibo rispetto ai Boomer
A rendere urgente questa riflessione è anzitutto il divario generazionale che emerge dai dati sullo spreco. Secondo le rilevazioni di Waste Watcher richiamate da Segrè, i giovani arrivano a gettare circa 800 grammi di cibo a persona ogni settimana, contro i 350 grammi dei Boomer - ossia i nati tra il 1946 e il 1964. Una differenza, enorme, di 450 grammi, che porta lo spreco delle generazioni più giovani a oltre il doppio di quello registrato fra gli anziani. Il confronto assume ancora più peso se rapportato all'Obiettivo 12.3 dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che per l'Italia corrisponde a un traguardo di circa 369,7 grammi settimanali pro capite. Per il professore, il raggiungimento degli obiettivi internazionali dipenderà quindi anche dalla capacità di intervenire sulle abitudini delle nuove generazioni. «Una parte della nostra società è già lì, l’altra va accompagnata» ha aggiunto.
Il divario fra le generazioni, tuttavia, richiama l'attenzione sulla formazione dei più giovani. Le abitudini alimentari cominciano a svilupparsi fin dall'infanzia, attraverso ciò che viene appreso in famiglia e le esperienze quotidiane, ma non tutti i bambini hanno le stesse opportunità di acquisire conoscenze sul valore del cibo e sulla sua corretta gestione. Da qui la richiesta di Italia a Tavola di introdurre una materia scolastica dedicata, affinché queste competenze vengano trasmesse fin dalla primaria e approfondite negli anni successivi. Una necessità richiamata già da Segrè nella nostra intervista: «Ci sono dei programmi, ma manca qualcosa di istituzionalizzato, a partire soprattutto dalla scuola primaria». Una considerazione che conferma i limiti delle iniziative occasionali e rafforza la richiesta di un insegnamento stabile, accessibile a tutti gli studenti.
Sovrappeso e obesità: quasi un bambino su tre è in eccesso di peso
La necessità di rafforzare questa preparazione emerge anche dai dati sulla salute dei più piccoli. Nel biennio 2024-2025, infatti, il 32,3% dei bambini italiani fra i 3 e i 10 anni è risultato in eccesso di peso, considerando insieme sovrappeso e obesità. Significa quasi uno su tre. Allargando l'osservazione alla fascia tra i 3 e i 17 anni, secondo i dati diffusi nel giugno 2026, sono circa due milioni i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, pari approssimativamente a un quarto della popolazione considerata. Numeri che riguardano direttamente le generazioni alle quali dovrebbe rivolgersi un insegnamento alimentare introdotto fin dai primi anni di scuola.
Detto questo, la diffusione dell'eccesso di peso infantile assume un significato particolare in Italia, dove la dieta mediterranea (tra l’altro riconosciuta dall’Unesco) costituisce un riferimento culturale e nutrizionale. Eppure, crescere in un Paese che dispone di una tradizione gastronomica consolidata non garantisce automaticamente abitudini equilibrate. Le scelte alimentari dipendono dalle possibilità economiche delle famiglie e dalle conoscenze acquisite durante la crescita, oltre che dall'ambiente nel quale si vive. Per questo l'educazione alimentare può contribuire alla prevenzione, pur senza essere considerata una risposta sufficiente, da sola, a un fenomeno complesso come l'obesità infantile.
La questione, inoltre, prosegue nella fine dell’adolescenza e nei primi anni dell'età adulta, quando aumenta progressivamente l'autonomia nelle scelte di consumo. Secondo i dati pubblicati da Statista, il 28% degli italiani tra i 18 e i 34 anni dichiara di consumare fast o junk food almeno una volta alla settimana, contro il 9% degli over 54. Pur riferendosi a una fascia d'età diversa da quella dei bambini in eccesso di peso, il confronto mostra quanto le abitudini alimentari cambino fra le generazioni e rafforza l'opportunità di costruire una preparazione prima che i ragazzi raggiungano una piena autonomia.
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In questo senso, un insegnamento scolastico dovrebbe accompagnare la crescita degli studenti, anziché limitarsi a poche indicazioni sui cibi da preferire. Nella primaria si potrebbero affrontare le caratteristiche degli alimenti e le basi di una dieta equilibrata, per poi approfondire negli anni successivi la lettura delle etichette e le esigenze nutrizionali. La stessa conoscenza dei prodotti permetterebbe di imparare a conservarli correttamente e a ridurne lo spreco. Sarebbe così possibile affrontare problemi differenti attraverso competenze che trovano applicazione nella vita quotidiana.
L'importanza di intervenire durante l'età scolare è stata richiamata, di recente, anche dall'Organizzazione mondiale della sanità, che ha pubblicato indicazioni dedicate agli ambienti alimentari scolastici. L'Oms riconosce alla scuola un ruolo nella formazione delle abitudini e nella promozione della salute, sottolineando la necessità di interventi adeguati alle diverse fasi della crescita. Le indicazioni non prevedono specificamente l'introduzione di una materia autonoma nell'ordinamento italiano, ma confermano l'importanza di un'educazione continuativa.
Intelligenza artificiale e social influenzano le scelte alimentari dei giovani
A rendere ancora più attuale il tema è il cambiamento del rapporto tra giovani e informazioni alimentari. Secondo Waste Watcher, il 72% della Gen Z consulta l'intelligenza artificiale per valutare la sicurezza degli alimenti, contro il 63% dei Millennials. Una diffusione che offre nuove possibilità di accesso alle informazioni, ma rende importante possedere conoscenze sufficienti per comprenderle e verificarle. Su questo aspetto Segrè ha osservato: «Il suo utilizzo non è assolutamente negativo, soprattutto nelle fasce più giovani. Però significa anche appaltare a un algoritmo quella che noi chiamiamo intelligenza alimentare, quindi l’educazione e la conoscenza».
Anche i social influenzano il rapporto delle nuove generazioni con il cibo. Sempre stando a quanto riportato dalle rilevazioni di Waste Watcher, il 37% della Gen Z ha acquistato almeno occasionalmente alimenti insoliti o diventati popolari sulle piattaforme digitali, per poi utilizzarli poco o lasciarli scadere. La percentuale scende al 18% fra i Boomer. Una formazione alimentare potrebbe quindi aiutare gli studenti a distinguere le informazioni nutrizionali dai contenuti promozionali e a valutare gli acquisti in rapporto alle proprie necessità, soprattutto durante l'adolescenza.
La possibilità di incidere sulle abitudini attraverso l'educazione emerge anche da esperienze già realizzate. Lo scorso settembre, Italia a Tavola ha raccontato i risultati del progetto “Sano, giusto e con gusto!”, rivolto a bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni. Nell'arco di 210 giorni, l'adesione alla dieta mediterranea rilevata tra i partecipanti è passata dal 46,8% al 61,4%, con un aumento del consumo quotidiano di frutta e verdura. I risultati riguardano il gruppo coinvolto e non permettono di stabilire quanto gli effetti possano durare nel tempo, ma indicano le possibilità offerte da un percorso educativo organizzato.
Educazione alimentare a scuola: tre proposte di legge senza risultati
Detto ciò, ricordiamo che la richiesta di introdurre l'educazione alimentare come materia scolastica non nasce oggi. Il tema è già arrivato più volte in Parlamento, senza però tradursi in un cambiamento concreto nei programmi di insegnamento. Negli ultimi anni sono state infatti presentate diverse proposte di legge, tra cui le A.C. 1003 e A.C. 1055 del 2023 e la più recente A.C. 2378 del 2025. La prima, a firma Antonino Minardo, prevedeva un insegnamento dedicato all'educazione alimentare, ambientale e agli stili di vita sani, con 120 ore annue. La seconda, presentata da Marina Marchetto Aliprandi, puntava a inserire l'educazione alimentare nel percorso scolastico, mentre quella a prima firma Eleonora Evi proponeva una disciplina autonoma di almeno 33 ore annue nella primaria e nella secondaria di primo grado. Nessuna di queste iniziative, però, ha portato all'istituzione della materia. Altrimenti, evidentemente, non saremmo ancora qui a chiederla.
Nel frattempo, nelle scuole italiane continuano a essere promosse attività dedicate all'alimentazione, anche attraverso le mense scolastiche, che possono aiutare i bambini a conoscere una dieta equilibrata e a comprendere il valore del cibo. A queste si affiancano iniziative specifiche, come il programma “Frutta e verdura nelle scuole”, sostenuto dal ministero dell'Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, che per l'anno scolastico 2026/27 dispone di oltre 14 milioni di euro e punta a favorire la conoscenza e il consumo di questi prodotti tra gli alunni della primaria. Si tratta di esperienze utili, ma che non possono sostituire una materia scolastica, con un programma definito e ore di insegnamento dedicate a tutti gli studenti.
La richiesta di Italia a Tavola ai due ministeri
È su questa differenza che Italia a Tavola chiede un intervento condiviso del ministero dell'Istruzione e del merito e del ministero dell'Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Il primo dovrebbe affrontare la collocazione della materia nel percorso scolastico e la preparazione degli insegnanti, mentre il secondo potrebbe contribuire attraverso le competenze già maturate nella promozione della cultura alimentare. Un lavoro comune permetterebbe di valorizzare le esperienze esistenti e superare la frammentazione delle iniziative, garantendo agli studenti una formazione continuativa.
La scuola, naturalmente, non sostituirebbe il ruolo delle famiglie, che continuano a incidere profondamente sulle abitudini alimentari dei bambini e degli adolescenti. Potrebbe però offrire a tutti una base di conoscenze condivisa, riducendo le differenze legate al contesto di provenienza. Insomma, gli 800 grammi di cibo sprecati settimanalmente dai giovani, il 32,3% dei bambini tra i 3 e i 10 anni in eccesso di peso e le proposte di legge ancora ferme riportano l'attenzione sulla stessa necessità: riconoscere alla conoscenza del cibo uno spazio preciso nella formazione delle nuove generazioni. È su queste basi che la nostra redazione chiede ai ministeri competenti di introdurre l'educazione alimentare come materia scolastica, a partire dalla primaria e con un percorso che, possibilmente, prosegua negli anni successivi.


