In estate lo spreco alimentare domestico in Italia è sceso a 493,7 grammi pro capite alla settimana, contro i 555,8 dello scorso anno. È uno dei dati principali dell’ultima rilevazione dell’Osservatorio Waste Watcher International, visionata in anteprima da Italia a Tavola, che fotografa un miglioramento generale ma, una volta scomposta la media nazionale, restituisce differenze profonde. Il ceto popolare spreca infatti il 26% in più rispetto alla media, il Nord il 4,4% in meno, Centro e Sud rispettivamente il 3,3% e il 2,9% in più. E tra le ragioni che portano a buttare cibo compare persino la paura di non averne abbastanza in casa, indicata dal 28% degli intervistati. Numeri che riportano al centro il rapporto fra spreco e accesso al cibo, in vista della Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari del 29 settembre (appuntamento per il quale abbiamo raccolto sul tema anche le riflessioni di diversi chef, tra cui Massimo Bottura).

In estate lo spreco domestico è sceso a 493,7 grammi settimanali. Ma restano forti differenze sociali e territoriali
In estate lo spreco domestico è sceso a 493,7 grammi settimanali. Ma restano forti differenze sociali e territoriali

Proprio da questi numeri siamo partiti per approfondire il tema con Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International e professore ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna. Con lui abbiamo cercato di capire cosa si nasconda dietro il calo registrato quest’estate e perché, andando oltre la media nazionale, emergano differenze così marcate in base al reddito, alla qualità degli acquisti e alle abitudini di consumo. Il confronto ha toccato quindi le ragioni per cui le fasce economicamente più fragili finiscono per sprecare di più, quello che Segrè definisce «spreco metabolico», le responsabilità del sistema alimentare e il ruolo della grande distribuzione, per arrivare alle generazioni più giovani e alla distanza che ancora separa l’Italia dall’Obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: scendere a 369,7 grammi settimanali pro capite. Un traguardo che, secondo Segrè, resta raggiungibile, ma sul quale peseranno anche educazione alimentare, social, intelligenza artificiale e capacità di misurare con continuità quanto cibo finisce nel cestino.

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L’intervista ad Andrea Segrè

Il professor Andrea Segrè
Professor Segrè, partiamo dall’ultima rilevazione estiva: lo spreco alimentare domestico è sceso a 493,7 grammi pro capite alla settimana, contro i 555,8 del 2025. Come legge questo calo? Possiamo parlare di una tendenza strutturale?

“Questo trend di riduzione lo stiamo osservando negli ultimi anni, è positivo, vuol dire che qualcosa sta succedendo. Però dobbiamo guardarlo legandolo alla situazione globale e, oltre alla media, a come si comportano nello specifico gli italiani. Un conto è il dato medio: bene, stiamo riducendo. Però dobbiamo cercare di capire le cause e se ci sono differenze all’interno della nostra società”

E cosa emerge quando si va oltre la media?

“La cosa che colpisce veramente, ormai da diversi anni, è il dato socioeconomico: è controintuitivo, ma chi è più povero spreca di più. E questo è un problema, soprattutto se lo ricolleghiamo alla situazione che stiamo vivendo. La crisi climatica da una parte e quella geopolitica dall’altra hanno determinato un incremento dei prezzi al consumo, con un’inflazione alimentare molto rilevante. E chi viene colpito prima da questo combinato disposto? Proprio i più poveri”

Chi ha meno risorse spreca di più

Il rapporto rileva infatti che il ceto popolare spreca il 26% in più rispetto alla media. Perché chi dispone di meno risorse finisce per buttare più cibo?

“I più poveri abbassano il livello qualitativo dell’acquisto alimentare, soprattutto per frutta e verdura, e questa minore qualità si riflette su un aumento della quantità che si spreca. Ma c’è una cosa ancora più grave: l’abbassamento qualitativo dell’acquisto alimentare si riflette poi sulla salute. Pensiamo al cosiddetto cibo spazzatura, agli snack e ai prodotti zuccherati: soddisfano dal punto di vista della fame, ma poi ci sono gli effetti sulla salute e le patologie legate a un’alimentazione sbagliata. Sono proprio le fasce più povere quelle nelle quali troviamo sovrappeso, obesità e patologie legate all’alimentazione. Tutto questo si chiama spreco metabolico”

Quindi comprare meno non significa necessariamente sprecare meno?

“No. Anch’io pensavo così fino a quattro anni fa: compri meno, sprechi meno. È una semplificazione, perché entrando nella dinamica del comportamento alimentare scopriamo che non è così. Si può comprare meno e sprecare di più”

Per il professor Segrè, minore qualità degli acquisti può significare più sprechi e conseguenze sulla salute
Ci fa un esempio?

“Pensiamo a una persona che va al mercato e compra un kg di frutta o verdura in super offerta perché troppo matura. Non ha una macchina con il condizionatore oppure va a piedi o con i mezzi pubblici, magari ci sono 40 gradi e a casa non ha nemmeno un frigorifero adeguato. Queste cose le abbiamo viste e studiate e alla fine quella persona, in percentuale rispetto alla media, getta via più cibo. È controintuitivo, ma succede questo. E quando la stessa persona va a fare la spesa, probabilmente non compra uno snack biologico costoso, va al discount e prende uno snack che costa pochissimo: soddisfa la fame, ma poi c’è l’effetto sulla salute. Quindi questa correlazione “compro meno, spreco meno” purtroppo non funziona”

Anche geograficamente emergono differenze: il Nord spreca il 4,4% meno della media, Centro e Sud rispettivamente il 3,3% e il 2,9% in più. Da cosa dipendono?

“Negli anni questa differenza si sta appiattendo, in passato era molto più ampia. Sono dati che riflettono anche stili di vita differenti: al Nord, per esempio, c’è più consumo extradomestico, pensiamo alle mense aziendali, al Sud si mangia un po’ di più a casa. E la nostra rilevazione riguarda lo spreco domestico. Al Sud c’è anche una maggiore abbondanza, ma non dobbiamo leggere questi dati dicendo “Nord virtuoso, Sud sprecone”, perché non è così. Ci servono per avere una lettura differenziata e capire dove e come intervenire”

Educazione alimentare e intelligenza artificiale

Il rapporto mostra però un’altra apparente contraddizione: lo spreco diminuisce, ma arretrano alcuni comportamenti antispreco, dalla valutazione delle quantità alla lista della spesa. Come si spiega?

“Le oscillazioni non sono così ampie, però c’è una maggiore disattenzione. E quest’anno l’abbiamo collegata anche alla parte relativa all’intelligenza artificiale. Quello che purtroppo manca nel nostro Paese, e anche questo è paradossale, è l’educazione alimentare: di fatto non c’è nella scuola. Ci sono dei programmi, ma manca qualcosa di istituzionalizzato, a partire soprattutto dalla scuola primaria”

E l’intelligenza artificiale che ruolo sta assumendo?

“Il suo utilizzo non è assolutamente negativo, soprattutto nelle fasce più giovani. Però significa anche appaltare a un algoritmo quella che noi chiamiamo intelligenza alimentare, quindi l’educazione e la conoscenza. È come avere uno strumento al quale ci affidiamo per sapere come svuotare il frigorifero, come fare una ricetta o la lista della spesa, perdendo però di vista quello che possiamo fare noi per gestire al meglio la nostra economia domestica”

La responsabilità dello spreco lungo il sistema alimentare

Tra le cause dello spreco, il 28% degli intervistati indica la paura di non avere abbastanza cibo in casa. Come può il timore della scarsità portare a buttare più alimenti?

“È un mix di comportamenti. Da una parte c’è questa sorta di “economia di guerra”, chiamiamola così: durante il Covid si vedeva ancora di più. Di fronte alla possibilità che le condizioni peggiorino o che il cibo possa mancare, l’accaparramento è in qualche modo un comportamento naturale. Dall’altra parte, però, c’è un’offerta continua. Non tutti possono andare ogni giorno a comprare i due frutti che consumeranno. Se puoi fare la spesa soltanto una volta alla settimana, fai lo “spesone” e nello stesso tempo trovi continuamente incentivi ad acquistare di più: l’offerta speciale, il sottocosto, qualcosa che potrebbe servirti. Per questo il messaggio che vorrei portare quest’anno è che la responsabilità non è soltanto del consumatore: deve essere condivisa da tutto il sistema alimentare”

Per Segrè, offerte e marketing spingono gli acquisti: la responsabilità dello spreco è condivisa
Sta chiamando in causa anche la grande distribuzione?

“La grande distribuzione fa il suo mestiere e noi non la demonizziamo. Dal punto di vista dello spreco, peraltro, la sua quota è molto più bassa rispetto a quella domestica. Però il consumatore è sottoposto a offerte continue. Io stesso, quando vedo un prodotto venduto a un prezzo bassissimo, mi domando come sia possibile: se è sotto costo, qualcuno quel costo lo paga. Dovremmo essere noi consumatori a esercitare la domanda in un certo modo. Nei libri di economia si dice che il consumatore è sovrano; in realtà abbiamo appaltato parte di questa sovranità al marketing e a ciò che ci induce a consumare. È un meccanismo che andrebbe riequilibrato”

Social e nuovi comportamenti alimentari

Tra i giovani emerge poi il peso dei social: il 37% della Gen Z ha comprato almeno qualche volta un alimento insolito o diventato di tendenza per poi utilizzarlo poco o lasciarlo scadere. Stanno creando nuove forme di spreco?

“Direi abbastanza. Basta andare al ristorante e vedere quante persone, non soltanto ragazzi, fotografano i piatti. C’è tutto questo cibo virtuale che finisce sui social o su qualche cloud e mi sembra un po’ lontano dalla realtà e dal valore del cibo. Nel mio ultimo libro, Contro lo spreco, ho cercato di spiegare proprio la differenza tra costo, prezzo e valore del cibo e di descrivere quella che chiamo iperbolla alimentare, nella quale social e influencer determinano e influenzano i consumi alimentari, con il rischio che alla fine aumenti anche lo spreco”

Televisione e social potrebbero quindi avere anche una funzione educativa?

“Potrebbero fare più educazione alimentare, trasmettere il valore del cibo e maggiore consapevolezza. In realtà spesso sono messaggi commerciali e gli chef stessi si autopromuovono. Però, anche alla luce di quello che abbiamo rilevato, penso che i social potrebbero avere un’influenza migliore”

Misurare lo spreco per riuscire a ridurlo

E a casa? Da dove dovrebbe partire concretamente chi vuole ridurre ciò che butta?

“Noi abbiamo sviluppato come Campagna Spreco Zero un’applicazione che si chiama Sprecometro. Funziona in maniera semplice: registri l’eventuale spreco e l’applicazione restituisce immediatamente il valore economico di quello che stai buttando, oltre all’impronta ecologica, carbonica e idrica. Poi propone contenuti di educazione alimentare per capire come ridurlo: dalla lista della spesa alla lettura delle etichette, fino alle ricette per recuperare gli avanzi. Abbiamo utilizzato uno strumento digitale, però riempiendolo di contenuti di intelligenza alimentare”

Quindi il primo passaggio resta misurare? Di questo ce ne ha parlato anche recentemente chef Massimo Bottura...

“Se non misuri, come fai a capire? È proprio la ragione per cui nel 2013 abbiamo istituito Waste Watcher. Sapevamo cosa stava succedendo nel percorso internazionale che avrebbe poi portato nel 2015 all’Agenda delle Nazioni Unite e la domanda del mio gruppo di ricerca era: come facciamo a capire se questi obiettivi vengono raggiunti? Se non sai qual è il dato di partenza e ogni anno non misuri se ti stai allontanando o avvicinando, a cosa serve fissare un obiettivo?”

Per Segrè, misurare lo spreco con dati credibili è indispensabile per fissare obiettivi e verificare i progressi
Ed è anche una questione di affidabilità dei numeri?

“Noi facciamo questa misurazione da più di dieci anni proprio per avere dati credibili e verificabili, che consentano poi di prendere decisioni adeguate. Se qualcuno si inventa un dato enorme sullo spreco domestico magari fa notizia e i giornali lo riprendono, però la realtà può essere diversa. Serve una metrica. È quello che cerchiamo di offrire anche alla politica come strumento. Fare in modo che poi la politica lo adotti non è sempre facile, scontato o immediato”

La sfida del 2030 passa dai giovani

L’Obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede di dimezzare lo spreco alimentare pro capite. Per l’Italia significherebbe arrivare a 369,7 grammi settimanali, contro i 493,7 dell’ultima rilevazione. A quattro anni dalla scadenza è ancora raggiungibile?

“Secondo noi sì, e intanto dobbiamo mantenerlo. Guardando i dati che abbiamo rilevato a febbraio abbiamo iniziato ad analizzare anche le generazioni ed è emerso che i Boomer sono già sostanzialmente arrivati all’obiettivo, intorno ai 350 grammi, mentre sui giovani abbiamo rilevato 800 grammi, un dato ben sopra la media. Quindi il lavoro da fare, se vogliamo arrivarci, riguarda soprattutto le generazioni più giovani. Una parte della nostra società è già lì, l’altra va accompagnata”

Perché proprio i giovani sprecano così tanto?

“Le ragioni sono diverse. I giovani guadagnano poco, c’è il lavoro precario, dal punto di vista alimentare c’è meno attenzione, molta attenzione al web e all’intelligenza artificiale e molta meno educazione alimentare. La mia generazione è cresciuta con una cultura diversa: ricordo mia madre che diceva “non ti alzi se non finisci tutto quello che hai nel piatto”. Oggi non è più così. Sono ragioni che, tra virgolette, giustificano i giovani, però questo non significa che non si possa intervenire”

In che modo?

“Abbiamo proposto una sorta di patto intergenerazionale, nel quale i nonni e i genitori, ma direi soprattutto i nonni, possano trasmettere qualcosa ai giovani e viceversa: i giovani possono portare le proprie competenze sulle applicazioni, sull’intelligenza artificiale, sul food sharing. Le ragioni dello spreco giovanile ci sono ed è su quelle che bisogna intervenire. E la questione dei salari, dei redditi e del lavoro precario non è certo secondaria: anche i giovani, da questo punto di vista, rientrano tra le categorie più povere”