Negli ultimi dieci anni la vigna ha imparato a salire, per necessità più che per moda. Il cambiamento climatico, con il surriscaldamento dei suoli e dell’aria e la siccità, pone sfide che difficilmente sono affrontabili con strumenti vecchi e tradizioni ferree, non solo durante la vendemmia. E mentre si discute di modifiche ai disciplinari e novità agronomiche, il mondo vitivinicolo vede innalzarsi le quote delle aree più desiderabili - dalla pianura alla collina, dalla collina alla montagna. Un trend generalizzato, anche se bisogna sempre considerare una cosa: se “altezza fa mezza bellezza”, spostarsi in quota non basta. Le esposizioni, i suoli, la ventilazione, la presenza (o drammatica assenza) di acqua sono fattori cruciali. E poi coltivare terrazzamenti come in Valtellina o sull’Etna, comunque, non è da tutti.

La spinta verso l'alto

«Negli ultimi dieci anni - sintetizza l’agronomo Adriano Zago, che accompagna colture in diverse denominazioni italiane - è stato facilmente osservabile come la viticoltura abbia cercato di andare verso l’alto per rispondere ai grandi quesiti posti dai cambiamenti climatici: cercare maggiore freschezza, notti più fredde, una migliore disponibilità di acqua». La quota è diventata una risposta al caldo: dove prima la vite faticava a maturare, oggi trova l’equilibrio che la pianura sta perdendo. Il movimento è misurabile.

L'agronomo Adriano Zago
L'agronomo Adriano Zago

Nelle denominazioni storiche, spiega Zago, significa «avvicinarsi ai 500-600 metri rispetto ai 300-400 metri del passato»; fuori dai disciplinari, dove i vincoli non esistono, «significa poter arrivare tranquillamente a 800, 900 o persino mille metri». È la soglia che il Cervim, l’organismo che si propone di valorizzare la “viticoltura eroica”, fissa come uno dei confini della montagna.

Numeri prudenti e rossi in altitudine

C’è allora un “assalto” alla montagna? Tutti vogliono vigneti in altura? I numeri suggeriscono cautela. Secondo le indagini sul mercato fondiario del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, ndr), nel 2024 il prezzo medio dei terreni agricoli è cresciuto di circa l’1% (in linea con l’inflazione) e per i vigneti la dinamica sembra allineata. A correre sono le solite denominazioni di vertice - Langhe, Montalcino, Alto Adige - mentre gran parte del territorio resta sostanzialmente ferma. Guardando poi alle aree interne e montane - rileva ancora il Crea - «prevale l’offerta di terreni (…) che spesso non trova riscontro sul mercato», dunque appezzamenti messi in vendita da agricoltori anziani o da aziende in difficoltà, per i quali la domanda semplicemente non è strutturata.

Giovanni Ascione di Centopassi
Giovanni Ascione di Centopassi

È la fotografia che, dalla Sicilia, conferma Giovanni Ascione di Centopassi (le cui vigne sono su terreni confiscati alla mafia). «Noi non ci muoviamo direttamente sul mercato fondiario - premette - ma vediamo che sta vivendo una fase di stallo un po’ ovunque in Italia per la nota crisi del settore». I filari di Centopassi salgono dai 500 fino a quasi mille metri; a Portella della Ginestra, la vigna più alta, «dieci anni fa eravamo tra i pochissimi ad aver piantato la vite». Il punto, per Ascione, non è il prezzo. «Non parlerei necessariamente di un impatto sui prezzi, quanto piuttosto della nascita di un valore nuovo per terreni che prima ne avevano ben poco - chiosa - con la comparsa di varietà a bacca rossa in vigneti molto alti, zone che fino a poco tempo fa erano dominio quasi esclusivo dei bianchi».

Montalcino sale sul lume spento e verso l'Amiata

Il motore di tutto sembra essere il termometro. A Montalcino lo racconta con cognizione di causa Marcello Bucci di Collemattoni, sul versante sud di Sant’Angelo in Colle. «Fino a prima del 2000, l’obiettivo principale del lavoro in vigna era cercare di raggiungere la maturazione richiesta dal disciplinare - sottolinea - mentre oggi il problema si è rovesciato. La maturazione dell’uva è diventata molto precoce e si lavora per rallentarla, per raggiungere anche una maturazione fenologica».

Marcello Bucci di Collemattoni
Marcello Bucci di Collemattoni

Da qui la spinta verso l’alto, fino al tetto dei 600 metri fissato dal disciplinare del Brunello e oltre. Tre anni fa Collemattoni ha acquistato una vigna al Passo del Lume Spento, «un’area un tempo impensabile per la viticoltura, priva di coltivazioni e destinata quasi solo a pascolo». Eppure anche Antinori e Gaja hanno investito proprio in quell’area. Poco più a sud, la corsa prosegue fuori denominazione. «Diverse aziende stanno acquistando terreni verso il Monte Amiata per produrre Igt o vini da tavola», nota Bucci. E in effetti si nota un certo dinamismo degli investimenti in quella direzione.

Prezzi che salgono in Veneto

Ecco allora dove il valore si muove sul serio. Dove la quota vocata scarseggia, i prezzi si impennano. «Prima del 2000, ma anche in tempi relativamente recenti, i terreni posti a queste altitudini avevano quotazioni molto basse - aggiunge Bucci - perché nessuno manifestava interesse. Oggi, invece, poiché la superficie disponibile a quelle quote è estremamente limitata, la scarsità dell’offerta ha fatto impennare i prezzi». Il Crea lo conferma proprio rispetto alle denominazioni forti. A nord-est la media dei valori fondiari (oltre 47mila euro a ettaro) sale soprattutto al traino delle aree montane del Trentino e dell’Alto Adige, dove le superfici coltivabili sono ridotte ma molto remunerative. Per i vigneti Dop nelle zone più vocate - sempre secondo il Crea - si arriva a punte di 150.000-200.000 euro a ettaro.

Francesca Tinazzi, amministratrice delegata di Tinazzi
Francesca Tinazzi, amministratrice delegata di Tinazzi

Anche in Veneto la lettura è simile, ma più misurata. «Oggi investire in altitudine conta decisamente più rispetto al passato - conferma Francesca Tinazzi, amministratrice delegata di Tinazzi - e credo che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi». La società lo tocca con mano a Poderi Campopian, in Valpolicella, tenuta che arriva a circa 650 metri. Rispetto ai prezzi, però, «sarei più prudente - afferma - nel parlare di una crescita generalizzata. Quello che percepiamo è sicuramente una maggiore valorizzazione e una maggiore competizione per i terreni in quota realmente vocati. Perché non basta essere a 500 o 600 metri, servono esposizione, suolo, ventilazione, disponibilità idrica».

Prezzi che scendono a nord-est

Che il puzzle dei vigneti sia decisamente variegato e frastagliato lo confermano voci poco lontane. Da Verona, Gianni Tessari - che in altura è entrato nel 2013, con un terreno a 550-600 metri - nega l’inflazione dei terreni. «Non crescono da noi. Le difficoltà delle Doc nel territorio veronese si trasferiscono nel valore delle uve e di conseguenza nel valore dei vigneti. E poiché spesso spostarsi in alto significa uscire dai confini storici di alcune Doc, il valore può risentirne». E aggiunge, con realismo, che «chi ne ha intuito l’esigenza e l’utilità lo ha fatto anni fa, mentre chi inizia a pensarci o a farlo oggi probabilmente è in ritardo».

Gianni Tessari
Gianni Tessari, titolare dell'omonima cantina

Il giudizio più netto arriva da Albino Armani, che dal Trentino fino alla Valpolicella e sul Monte Baldo è coinvolto in vari progetti in quota. Secondo il vignaiolo, il differenziale economico a volte semplicemente non sembra esserci. «Il percepito economico del differenziale tra un’uva dell’alta Valpolicella o dell’alta montagna trentina e un’uva della pianura a volte proprio non esiste. E siccome spesso le uve vengono vendute a grado zuccherino, in quota può essere più basso e allora capita che le colture in collina o in montagna ripaghino addirittura meno». Il verdetto sui valori è l’opposto di quello di Montalcino. «Negli ultimi 2-3 anni vedo i valori calare, non salire - precisa - e oggi sull’altopiano di Brentonico compri a meno di quanto si poteva comprare 5 anni fa». Il picco d’interesse, per Armani, «è già passato con questo racconto che aveva creato anche un incremento di aspettative e valori».

Il rischio dell'altitudine

Se la mappa dei prezzi non sembra omogenea, c’è un costo che sale ovunque ed è quasi “nascosto”. «Salire dentro una denominazione - osserva Zago - può avere costi che rimangono sostanzialmente gli stessi e, quando si riescano a ottenere uve in maggiore quantità e di migliore qualità, possono risultare persino inferiori in termini relativi». Però colonizzare zone vergini (quelle degli 800, 900, mille metri, dove la vite non c’era mai stata) è un’altra partita. «I costi di impianto e di esercizio possono anche essere analoghi. Ciò che cambia radicalmente è la quota di rischio. Perché essere pionieri non significa procedere alla cieca».

Il rischio ha anche un volto concreto: quello dei costi di gestione. «Investire in altitudine significa soprattutto guardare avanti - sottolinea Tinazzi - ma in quota aumentano spesso le difficoltà di accesso e di meccanizzazione, la necessità di manodopera e quindi i costi». Non è un caso che a Poderi Campopian, su 16 ettari solo 5 siano vitati, perché «un investimento non può essere valutato semplicemente in termini di ettari produttivi».

Albino Armani, titolare dell'omonima cantina
Albino Armani, titolare dell'omonima cantina

C’è poi il rischio della qualità non garantita. Lo ammette Tramin, una cantina che in Alto Adige è un riferimento. «Le nuove vigne piantate tra i 600 e oltre gli 800 metri - spigano dalla cantina cooperativa di Termeno - sono appezzamenti rari, scelti in modo estremamente oculato, in quanto è difficile produrre con costanza uve di altissima qualità a queste altitudini, e rendono solo con esposizioni fortemente orientate a sud». E così in casa Tramin si dicono molto soddisfatti delle posizioni classiche, tra i 220 e i 600 metri. Anche perché la montagna non è un set per campagne di marketing. «Abbiamo tutti usato molto il concetto della montagna - dice Armani tranchant - e ne abbiamo abusato, con poco ritorno economico per chi la montagna la vive, la coltiva e ne assorbe tutte le difficoltà. Dovremmo entrare in punta di piedi, rispettando le popolazioni». Niente monocoltura in quota, dunque.

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Guadare in basso è la priorità

Il paradosso più interessante viene da Zago, che suggerisce come la leva più efficace non sia sempre andare in alto, ma tornare a guardare in basso. «Prima ancora di salire, la priorità è in basso. E per “basso” intendo il suolo», proclama, ricordando come si debba lavorare su fertilità, sostanza organica, profondità delle radici, portinnesti. «Prima di cercare una soluzione cento metri più in alto - spiega - dovremmo chiederci se abbiamo fatto tutto il possibile nei primi centimetri sotto i nostri piedi». La stessa logica di precisione da cui parte Tramin, che da decenni vinifica separatamente le singole parcelle e da quei dati ha ricavato scelte mirate su vitigni e cloni, appezzamento per appezzamento, per adattarsi alle mutevoli esigenze climatiche. È l’idea che salire non basti: bisogna anche ripensare varietà e forme di allevamento. È vero che quando si sale si inseguono freschezza e futuro, non un rendimento immediato, ma ogni approccio semplicistico espone a valutazioni poco ponderate.